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domenica 20 maggio 2012

46. La vita

Dio creando l’uomo lo ha posto nel giardino dell’Eden perché lo coltivasse e lo custodisse: all’uomo, pertanto, fin dall’origine, prima cioè del peccato originale, venne affidata la responsabilità sull’ambiente di vita. Il compito di coltivare il giardino con il proprio lavoro sta a significare che il lavoro stesso deve essere inteso come un bene sapientemente attribuito all’uomo, secondo la sua natura e non già come condanna conseguente al peccato originale, mentre l’altro compito di custodirlo, collegato al divieto di “mangiare il frutto dell’albero”, indica che il dominio attribuito all’uomo sulla natura non è indice di un potere assoluto ma, invece, è sottoposto a leggi naturali che, fin dalla creazione del mondo, contrappongono l’uso all’abuso, condannando quest’ultimo, in quanto non è certo idoneo a custodire l’ambiente: sotto certi aspetti può sostenersi che la questione ecologica sia stata ben presente al Creatore, sin dal principio. Ma l’uomo solo nel giardino è insoddisfatto fino a quando il suo unico riferimento rimane il mondo vegetale ed animale: Dio si accorge di questo e con l’apparizione della donna nella scena del creato soddisfa l’esigenza, per l’uomo, del dialogo interpersonale, attribuendo ad entrambi la specifica responsabilità della generazione di altre vite umane. Nella generazione, l’uomo è chiamato ad esercitare un’attività ministeriale: nella generazione, infatti, Dio stesso è presente, in quanto con tale atto continua la creazione, trasmettendo la sua immagine e somiglianza al nuovo individuo, grazie alla creazione dell’anima immortale. Dio, creatore della vita, non ha creato la morte: la morte entra nella storia dell’uomo a causa del diavolo e del peccato, attraverso l’uccisione di Abele da parte di Caino. “Dov’è Abele ?”; “non lo so, sono forse il guardiano di mio fratello ?”: all’atroce peccato del fratricidio si aggiunge, così, anche quello della menzogna. Dio ammonisce Caino, attribuendogli un “segno”, non per additarlo alla vendetta degli altri, bensì per preservarlo: ed è qui che si manifesta il paradossale mistero della misericordia divina. La grande attenzione che va posta al rispetto di ogni vita comporta la considerazione che il precetto negativo: “non uccidere” – che implicitamente spinge ad un atteggiamento positivo: “amerai il prossimo tuo come te stesso” – è assoluto, sicché togliere la vita non è mai lecito né come “fine”, né come “mezzo”. Se ciò è vero, è ancora più vero se riferito ad un soggetto “debole” e “totalmente affidato” come è il caso della vita di chi non è ancora nato: è inutile, a tal riguardo, ogni disquisizione circa l’esistenza o meno di una vera vita; basterebbe la sola probabilità di trovarci di fronte ad una “persona” per desistere da ogni iniziativa negativa. D’altra parte non mancano chiari riferimenti nelle Sacre Scritture alla vita della persona non ancora nata: mi piace fare riferimento, più che al profeta Geremia (“prima di formarti nel grembo materno, ti conoscevo, prima che tu uscissi alla luce, ti avevo consacrato”), all’incontro tra la Vergine Maria ed Elisabetta. Elisabetta sentì Maria, ma Giovanni esultò di gioia nel grembo di Elisabetta, percependo la presenza del Signore, nel seno di Maria. Particolare attenzione meritano, poi, le nuove tecniche, ideate dalla scienza medica, relative alla così detta “fecondazione in vitro”, al fine di favorire l’insorgere di una gravidanza che, altrimenti, per varie situazioni patologiche sarebbe difficile conseguire. Tale tecnica consiste nella fusione di un ovulo con degli spermatozoi in una provetta e non nell’utero. L’avvenuta unione (fecondazione) porta alla formazione della prima cellula dell’embrione (detta zigote) ed al successivo trasferimento nell’utero, tramite un sottile catetere per il suo impianto; se questo processo non avviene correttamente l’embrione non può sopravvivere. A parte ogni possibile riserva sulla liceità o meno (ovviamente sotto l’aspetto della morale cristiana) di un simile processo sostitutivo di quello naturale, il problema più delicato è quello relativo all’ “embrione preimpianto”, cioè all’embrione in sviluppo dallo stadio di zigote fino a quello che precede l’impianto nell’utero materno. Se è vero, come sperimentalmente provato, che l’incontro tra uno spermatozoo ed un ovocita (avvenuto in modo naturale od in provetta) porta alla formazione della prima cellula dell’embrione (cellula che, con 46 cromosomi, contiene l’informazione genetica completa per formare una specifica persona) è possibile sostenere, con una certa fondatezza, che detto incontro costituisca l’inizio della vita di una nuova persona, intesa come essere vivente dotato di un codice genetico (DNA) unico ed irripetibile. Quell’incontro, pertanto, costituisce il momento in cui un “qualcosa” si trasforma in “qualcuno”, similmente a quanto accade per il chicco di grano che, preso dal suo sacco, viene sotterrato ed a contatto con la terra comincia a germogliare. Da tutto ciò scaturisce, almeno, la necessità di una particolare attenzione da riservarsi all’embrione artificialmente come sopra “prodotto”, con tutte le conseguenze sulla sua conservazione, evitando, in ogni modo la sua distruzione o, peggio, il suo deprecabile utilizzo per altri fini, sia pure scientifici. Volendo, per concludere, ricercare la verità circa il valore della vita umana, scopriremo che il suo valore è sacro: sacro, perché con questo dono Dio partecipa qualcosa di sé alla sua creatura, conferendole un’altissima dignità. Dio affida all’uomo il compito di amare, venerare, difendere e custodire la vita, quella propria e quella degli altri: “domanderò conto della vita dell’uomo all’uomo, ad ognuno, di suo fratello”. Occorre, inoltre, riscoprire il nesso inscindibile tra “vita” e “libertà”: non c’è libertà dove la vita non è accolta e non c’è vita se non nella libertà. Ma se la vita è un dono di Dio ed il suo valore è, quindi, sacro, qual è vero senso della vita? La vita è un dono che si compie nell’amore verso gli altri, nella continua donazione di sé stessi agli altri nell’esistenza quotidiana: è Gesù che illumina questo senso della vita.

P.S. A proposito delle discussioni sul tema dell’inizio della vita, un carissimo amico mi ha segnalato un recente studio pubblicato su di una rivista britannica ( http://www.ilpost.it/2012/02/28/aborto-post-natale/ ) nel quale si perviene a conclusioni a dir poco aberranti. L’articolo è una riflessione accademica sul cosiddetto “aborto post-natale”, una definizione usata per indicare la possibilità di equiparare un neonato a un feto, cui potrebbe quindi essere tolta la vita per le stesse ragioni per cui le nostre società contemplano la legittimità dell’aborto. Lo studio è stato pubblicato sul Journal of Medical Ethics ed è stato realizzato da due ricercatori italiani: l’esperto di bioetica e filosofia Alberto Giubilini dell’Università di Milano e la ricercatrice Francesca Minerva del Centre for applied philosophy and public ethics della Università di Melbourne (Australia). I due autori iniziano il loro articolo spiegando che di solito particolari anomalie nel feto e i rischi di salute fisica e/o psicologica per la futura madre sono tra le principali cause che portano alla scelta dell’aborto. A volte le due cose sono connesse, “quando per esempio una donna dice che un bambino disabile potrebbe rappresentare un rischio per la propria salute mentale”. In alcuni casi le stesse condizioni che avrebbero portato a un aborto si presentano solo dopo la nascita, innescando il dilemma filosofico al centro della riflessione condotta dai due studiosi che cercano di valutare una serie di fatti per decidere se gli argomenti che si applicano per uccidere un feto umano possono essere applicati anche per un neonato, discutendo così l’eterno tema dell’inizio della vita. Secondo Giubilini e Minerva, lo stato morale di un neonato è equiparabile a quello di un feto “nel senso che entrambi mancano di quelle proprietà che giustificano l’attribuzione di un diritto a vivere dell’individuo”. Sono naturalmente entrambi esseri umani e delle persone in potenza, ma nessuno dei due è strettamente una “persona” nel senso di essere il “soggetto di un diritto morale a vivere”.

mercoledì 4 aprile 2012

45. Il sacerdozio




Capire l’amore e trasmetterlo è compito di tutti i cristiani, ma la Venerabile Madre Luisa Margherita Claret de la Touche ne fa la missione propria dei sacerdoti, manifestando un’intuizione avuta nella preghiera: “Voglio che i miei sacerdoti siano seminatori di amore” (Diario Intimo, 25 giugno 1902).
I brani che seguono (tratti dal libro: “Il Sacro Cuore e il Sacerdozio”) costituiscono una sintetica antologia della mirabile dottrina di Madre Luisa Margherita sul Sacerdozio, dalla stessa appresa in modo del tutto particolare e suggeriscono validi spunti di riflessione e meditazione.
Il sacerdote, creazione dell’Amore Infinito L'uomo è profondamente ignorante. Anche dopo la grazia del battesimo, le ombre del peccato annebbiano ancora la sua intelligenza. I peccati personali rendono questa nebbia ogni giorno più fitta: avvolto dall'oscurità, immerso nell'ignoranza e nell'incertezza, l'uomo cammina, senza rendersene conto, verso lo smarrimento eterno. E il prete insegna. Apre l'uomo alla verità, gli fa vedere la strada che conduce a Dio; fa scoprire alla sua anima gli orizzonti luminosi della fede. La sua missione è di dissipare l'oscurità e far splendere di fronte a tutti la verità di Dio, che è, insieme all'amore, la vita dell'uomo……
L'uomo ha bisogno di Dio. La sua debolezza deve appoggiarsi sulla forza divina, la sua povertà reclama i tesori del cielo; il suo nulla ha un continuo bisogno di appoggiarsi alla sorgente degli esseri. E tuttavia il peccato lo spinge lontano dalla santità di Dio: Dio è grande, è puro, è inaccessibile verità e giustizia. Ci va un mediatore tra Dio e l'uomo, ed è Cristo. Ma tra Cristo e lui, l'uomo, tanto è miserabile, ha bisogno di un altro mediatore: il prete.
Ecco perché, oggi che il ministero sacerdotale è così necessario al mondo; Cristo chiama i sacerdoti al suo cuore: perché essi attingano a questa fonte divina novità di grazia e, rituffandosi nell'oceano di amore da cui sono nati, vi trovino un rinnovamento e una crescita di vita sacerdotale.
Il prete, che ha una missione così grande e un ministero ricco di fecondità, vada a Cristo, si stringa a lui. Ripensi a ciò che ha fatto, ascolti la sua parola, penetri i suoi pensieri, lo segua passo passo nel Vangelo, impari da questo Maestro perfetto a compiere degnamente il suo ministero consacrato. Gesù lo ha fatto per primo: il prete non ha che da seguire le sue tracce divine. Rivestirsi di Cristo è imitarlo, riprodurre le sue virtù, le sue azioni sante, fino ai suoi gesti divini. Se qualcuno deve essere rivestito di Cristo, questo è soprattutto il sacerdote, che deve darlo al mondo.
Il sacerdote, maestro degli uomini Il prete, per conservare intatta la verità divina, versata da Cristo nella sua anima il giorno della sua consacrazione, deve restare saldo contro gli attacchi dell'errore. Questi gli vengono da tre fronti:
1. Satana, lo spirito cattivo, l'eterno sobillatore di discordia e di odio, che cerca di distruggere la verità ovunque la trova, e cerca soprattutto di strapparla dal cuore del prete, suo nemico, sempre in lotta contro la sua azione infernale.

2. Lo spirito del mondo, i suoi princìpi, che tendono incessantemente a indebolire la verità; il prete vive nel mondo, respira la sua aria di menzogna, e subisce quasi senza accorgersene l'influsso rammollente delle sue false dottrine.
3. Molti fermenti di errore vivono infine allo stato latente, in lui stesso, là dove il peccato originale ha lasciato le sue tracce. La minima ventata di orgoglio può risvegliarli, la minima impurità può farli proliferare.
Per sconfiggere questi nemici, il prete ha a sua disposizione armi potenti, che sempre assicurano la vittoria.
In primo luogo, l'unione alla Chiesa, l'attaccamento instancabile alla Cattedra di Pietro, organo infallibile della verità.
Le imprese di satana infatti non possono nulla contro la roccia su cui è fondata la Chiesa. Non si può smarrire chi cammina con quel Pietro a cui Gesù disse: “ Ho pregato per te, perché la tua fede non venga meno; tu, quando ti sarai convertito, prega per i tuoi fratelli”
Il prete sconfigge lo spirito del mondo con l'unione a Cristo, vincitore del mondo; e questa unione si produce con lo spirito di preghiera, con lo studio del cuore di Cristo e delle sue adorabili virtù, con la separazione interiore, ma reale, da tutto ciò che nel mondo Gesù riprova e condanna.
Ma per sconfiggere se stesso, per cancellare in sé ogni genere di errore, per diventare inaccessibile alle falsità e saldo contro tutti gli attacchi, per possedere con sicurezza i tesori della verità e conservarli intatti, il prete deve prosternarsi nell'umiltà. Una santa e giusta diffidenza nei confronti di se stesso, del suo giudizio personale, un facile ricorso ai lumi altrui, una umile sottomissione di fede: ecco ciò che è necessario al prete per rimanere integro, premunirsi contro le illusioni di una falsa scienza; per essere, in una parola, come Giovanni, lampada sempre accesa che illumina i popoli; per essere, con Cristo, la luce del mondo…..
La dolcezza La dolcezza è l'anima della bontà, forma delicata che la rende attraente. Una bontà rude e grossolana è una bontà senza volto, che non conquista. Ma quando è rivestita di dolcezza, attira tutto a sé. Così è stata la bontà di Gesù.
La dolcezza, temperando la sua dedizione ardente, rendeva Cristo affabile, attraente. Aveva segnato tutta la sua persona di un fascino così irresistibile che tutti, i bambini come gli anziani, gli ammalati, le folle andavano a lui e seguivano il suo cammino. « Imparate da me che sono mite e umile di cuore », aveva detto Gesù. Questa mitezza interiore traspariva dalla sua persona e gli guadagnava ogni uomo……
Con gli ammalati e gli infermi che si avvicinavano a lui era pieno di benevolenza e compassione. Era facilmente colpito dal vedere la loro sofferenza. Lui, così pronto a soffrire, così impaziente di spargere il suo sangue, così desideroso della croce, delle spine, dei flagelli, non poteva sopportare la visione del dolore dei suoi fratelli. Non poteva vedere una sofferenza senza guarirla; non poteva vedere piangere Marta e Maria senza piangere con loro. Con gioia e generosità utilizzava la potenza che gli veniva da Dio per guarire e per risuscitare……
Tutte le parole di Gesù hanno il respiro della pace e della bontà: « Sono io, non temete ». « Abbi fiducia, ti sono rimessi i tuoi peccati ». « Perché rattristate questa donna? ». « Venite a me, voi tutti che siete stanchi, e io vi consolerò ». « La pace sia con voi - Io vi do la pace ». Il Profeta aveva detto che non si sarebbe sentita la sua voce gridare, e che non avrebbe disputato sulle piazze. Il suo parlare, infatti, è ricco di dolcezza; il suo insegnamento riveste di solito una forma semplice e armoniosa, misurato sulla bellezza della natura che lo circonda. E quando flagella le passioni cattive e i crimini dell'uomo, si sente, nella sua voce, più l’amore per i peccatori che il disprezzo o la collera.
Se già durante il suo apostolato, e poi dopo la risurrezione, Gesù ha mostrato questa dolcezza, lo ha fatto soprattutto durante la Passione. Quando, dopo la Cena, lascia andare Giuda a compiere il suo misfatto, gli parla così dolcemente che gli altri apostoli credono che lo mandi a fare un'elemosina. Al Getsemani, quando il traditore si avvicina e lo bacia, Gesù ricambia il bacio e gli dice « Amico, cosa sei venuto a fare? ». E quando Pietro impugna la spada: « Rimetti subito quella spada nel fodero », gli dice, e voltandosi verso l'uomo che aveva ferito, lo guarisce. Nel palazzo di Anna, un servo lo schiaffeggia brutalmente e Gesù: « Se ho parlato male, fammi vedere dove sbaglio; ma se ho parlato bene, perché mi percuoti? ». Di fronte ai giudici iniqui che lo condannano, in mezzo ai soldati che lo dileggiano e lo torturano, di fronte a quella folla che ha colmato di doni e che ora lo insulta e lo sbeffeggia, conserva una dolcezza inalterabile, e rimane, Agnello muto, nelle mani dei suoi persecutori. Mentre lo inchiodano alla croce, non gli sfugge neppure un lamento, neppure una parola amara verso chi lo crocifigge.
Il prete è chiamato a rivivere la mansuetudine di Cristo. È mandato a guadagnare a Dio gli uomini, e nessun'arma è più potente della dolcezza e della bontà. Sia buono della stessa bontà del Salvatore, pieno di pazienza e di dolcezza, di tolleranza e carità.
Arriveranno a lui molte miserie; molte debolezze cercheranno il suo appoggio. Anime sofferenti o ferite, cuori urtati dalle ingiustizie della vita, spiriti sviati dagli errori del mondo, volontà abbattute o fuori strada saranno dirette verso di lui dalla mano misteriosa della Provvidenza.
Dovrà avere una mano dolce e delicata per fasciare tutte queste ferite. La sua azione dovrà essere soave e paziente. Può certo parlare con forza, colpire i vizi e ammonire i peccatori; ma le sue parole, le verità che annuncia, saranno più penetranti se avvolte di dolcezza…..
La misericordia La grande missione del prete è rivelare agli uomini la misericordia di Dio. Tutti hanno, più o meno, peccato. Tutti avvertono, fra la santità infinita di Dio e la propria miseria, un abisso che sembra loro incolmabile e che li spaventa. In fondo ad ogni uomo, anche quando è avvolto dalle tenebre, rimane una traccia di verità che gli fa vedere Dio infinitamente santo e sovranamente puro. Per questo, quando si vede colpevole, cerca di allontanarsi da Dio, si sforza di dimenticarlo e, non potendo annullare realmente questo Dio che lo condannerà, cerca almeno di cancellarlo dai propri ricordi e di distruggerlo nella sua mente. Allora, continua ad andare sempre più lontano sulla strada del male, e precipita negli abissi.
Ma quando gli si fa vedere l'amore misericordioso di Dio, per poco che abbia di sincerità, il timore scompare, il pentimento nasce, e la grazia della riconciliazione porta a compimento l'opera che la misericordia aveva iniziato.
Far conoscere Gesù nel suo aspetto più amabile e attraente; far penetrare nel profondo dell'uomo la conoscenza della misericordia, aprire i cuori alla confidenza e all'amore: è il compito del prete. Ma le sue parole non potranno nulla se non sarà, lui stesso, discepolo di Cristo nella compassione per i peccatori. Bisogna che lo si veda, preoccupato per la salvezza dei suoi fratelli, andare alla ricerca delle pecore smarrite sulle tracce di Gesù, senza lasciarsi scoraggiare dalla lunghezza del cammino o dalle asperità della strada. E quando avrà ritrovato questi uomini coperti dalle piaghe del peccato, abbia pietà di loro, si chini e versi olio e vino sulle loro ferite, li prenda fra le braccia e li riporti al Signore…….
Amore di Cristo per i suoi sacerdoti oggi Un così grande numero di doni d'amore non ha esaurito il cuore infinitamente amante di Cristo. All'aurora di questo ventesimo secolo è così ardente, così tenero nei confronti del sacerdozio come al tempo in cui personalmente formava i suoi sacerdoti e, dopo averli educati con la sua parola e con l'esempio, li inviava in missione. Dall'alto del trono della gloria, dal buio dei suoi tabernacoli solitari e troppo abbandonati, Cristo ha visto gli uomini, traviati da un soffio d'indipendenza, spezzare il giogo benefico della legge e uscire dalla retta via. Ha visto le onde del male avventarsi sulle anime. Ha visto l'idolatria della materia, il culto della ragione umana rimpiazzare nell'uomo la fede nell'Essere creatore, la coscienza del proprio nulla e la speranza nel suo destino immortale.
Ha visto l'egoismo freddo e i suoi calcoli indegni divorare, come un cancro, il cuore dell'uomo, creato per un amore infinito e per gli slanci del dono di sé. Ha visto lo scetticismo, la negazione di ogni azione soprannaturale, l'avidità dell'oro e gli avvilimenti dell'impurità agire come solventi potenti su tutte le società umane, e, spezzando ogni legame, disgregare e distruggere la famiglia, la fraternità sociale e l’omogeneità delle nazioni.
Ha visto il mondo vacillare sulle sue fondamenta e, mosso da una immensa pietà per quest'umanità riscattata dal suo sangue, per questa umanità ingrata che si distoglie da lui, si è chinato verso i suoi sacerdoti e ha detto loro: Venite a me, miei fedeli, miei prediletti; venite ad aiutarmi a riconquistare le anime! Ecco che, nuovamente, io vi mando per ammaestrare le nazioni: offrite loro la salvezza con la verità delle vostre parole e con la luce del vostro esempio.
Dovrete combattere, e soffrire; ma, poiché lavorerete per la mia gloria e mi offrirete le anime, voglio farvi un regalo, il più prezioso di tutti i doni: vi regalo il mio Cuore! Ve lo do come spada e scudo nelle vostre battaglie; come guida e luce nel vostro cammino; come consolatore nelle vostre sofferenze.
Attingete senza timore ai tesori d’amore che contiene,
Attingetene innanzitutto per voi stessi; arricchitevi della sua pienezza; riempitene i vostri cuori fino a farli traboccare. Attingetene ancora per gli altri; diffondete il mio amore fra gli uomini; portate ovunque questo fuoco di Dio che deve purificare e rinnovare la terra. E Gesù, attirando il suo sacerdozio a sé, gli ha donato il suo cuore, segno del suo incomparabile amore.

domenica 19 febbraio 2012

44. Blitz a Cortina: demonizzare la ricchezza?



Durante le festività natalizie e di fine anno dello scorso 2011, la Guardia di Finanza ha effettuato un vero e proprio blitz nell’elegante località di villeggiatura invernale delle Dolomiti, al fine di individuare, con mirati controlli, eventuali evasori fiscali sia tra i villeggianti, sia tra gli esercenti delle locali attività commerciali.
Tale iniziativa ha provocato l’infastidita reazione di quanti sono stati oggetto di siffatte particolari “attenzioni”. Ciò che in primo luogo è stato contestato è l’aver ricercato, da parte degli investigatori, una spettacolarizzazione dell’operazione, anche con riferimento alla circostanza che gli stessi risultati potevano conseguirsi attraverso analisi da effettuarsi altrove, senza bisogno di un intervento in una località ed in periodo che apparivano scelti in funzione di colpire e quasi demonizzare un certo tipo di ricchezza: invero indagini particolari sono state rivolte all’identificazione degli effettivi proprietari di autovetture di alto costo (come le Ferrari) e presso note gioiellerie. Il risentimento di qualcuno che si è visto ingiustamente “disturbato”, soprattutto con riferimento alle indagini relative a tali autovetture, lo ha spinto a sostenere non solo la liceità di tale possesso ma anche il suo indiscutibile valore sociale, dato che l’utilizzo delle notevoli disponibilità finanziarie occorrenti per il suo acquisto aveva, tutto sommato, contribuito al mantenimento delle maestranze che tale prodotto aveva realizzato.
Senza voler entrare nel merito e nelle modalità degli accertamenti così come effettuati (che, comunque, pare abbiano prodotto utili risultati), va innanzi tutto osservato che l’assolvimento del debito tributario, oltre ad essere un dovere sancito dal diritto positivo, costituisce un obbligo anche sul piano morale: più volte la Chiesa ha avuto modo di ribadire la necessità che il credente adempia al pagamento delle tasse, di quanto, cioè, lo Stato ritenga di porre a suo carico, in relazione alle sue disponibilità, per far fronte alle spese necessarie al mantenimento di quanto serva per il bene comune, costituendo, in mancanza, per il conseguente danno inevitabilmente prodotto a carico della collettività, una grave forma di inadempienza, oltre che del settimo comandamento (“non rubare”), di quel necessario principio di solidarietà cui deve ispirarsi l’agire umano.
Se tutto ciò risulta sufficientemente chiaro, più complesso appare il discorso sulla “demonizzazione” della ricchezza, per se stessa.
Al riguardo, sembra quasi scontato che ognuno di noi, almeno una volta, si sia posto questa domanda: “ma Gesù Cristo era contrario alla ricchezza ?”.
Se leggiamo i Vangeli potremmo facilmente concludere, da un punto di vista letterale, per una risposta positiva. Tutti, infatti, conoscono la risposta che Gesù dette al giovane ricco (Mc. 10, 17-31) che gli chiedeva che cosa dovesse fare “per avere la vita eterna”: “una cosa sola ti manca: và, vendi quello che hai, dallo ai poveri e avrai un tesoro in cielo; poi vieni e seguimi”; rivolgendosi ai suoi discepoli, sempre in tale occasione, Gesù aggiunse: “quanto difficilmente coloro che hanno ricchezze, entreranno nel regno di Dio!: è più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno di Dio!”. Tali parole sembrano inequivocabilmente affermare l’obbiettiva impossibilità (sulla base del chiaro paragone offerto) che un ricco possa salvarsi, tanto che gli stessi “discepoli, sbigottiti, dicevano tra loro: e chi mai si può salvare?”.
In realtà, Gesù non ha mai pronunciato espressamente parole di condanna per la ricchezza come tale: sin dalle origini (Gn. 1, 26-31; 2, 15) Dio ha affidato la terra con tutte le sue ricchezze e risorse all’uomo, perché le soggiogasse e le coltivasse, legittimandone, quindi, l’appropriazione al fine di farle fruttificare accrescendone anche la produttività. D’altra parte lo stesso Gesù, nella parabola dei talenti (Mt. 25, 14-30) aveva raccontato di quell’uomo che, partito per un viaggio, aveva affidato i suoi beni ai suoi servi ed, al suo ritorno, aveva chiesto loro il rendiconto: avendo ricevuto da un servo lo stesso talento che gli era stato affidato, senza alcun guadagno, lo aveva duramente apostrofato, qualificandolo “servo malvagio e infingardo” perché non aveva “affidato ai banchieri” il talento ricevuto, perdendo, così, gli interessi che avrebbe fruttato.
La ricchezza deve, quindi, di per sé, considerarsi “cosa buona”: perché, allora, Gesù, nella risposta al giovane ricco, sembra precludere ai ricchi l’ingresso nel regno di Dio?
Nella predicazione di Gesù, così come riportata nei Vangeli, emerge come quanto da Lui affermato risponda sempre ad un’esigenza di chiarezza, evitando giri di parole che possano dare adito a diverse interpretazioni, allontanando l’ascoltatore da quella verità, a volte molto scomoda, da Lui stesso proclamata in determinate occasioni: non può, nondimeno (proprio al fine di evitare travolgimenti) estrapolare una singola affermazione dalla particolare situazione nella quale si colloca e che l’ha determinata.
Così, nell’episodio dell’incontro con il giovane ricco, raccontato nel Vangelo di Marco, Gesù che aveva manifestato amore (“lo amò”) per quella persona, pur conoscendone le sue ricchezze, intuisce, però, il suo morboso attaccamento ai suoi beni, tanto che, dopo aver sentito l’invito a vendere tutto quello che possedeva per darlo ai poveri, il giovane ricco “rattristatosi per quelle parole, se ne andò afflitto, perché aveva molti beni”. E’ evidente, allora, che l’eccessivo attaccamento ai beni materiali e l’incapacità, per il giovane ricco, di instaurare un diverso rapporto con la sua ricchezza, come intuito da Gesù, spinge quest’ultimo a suggerirgli la soluzione radicale, come del resto, in altre occasioni già avvenuto (“Se la tua mano ti scandalizza, tagliala………..se il tuo piede ti scandalizza, taglialo………se il tuo occhio ti scandalizza, cavalo……” Mc. 9, 43-47).
Ciò che nel Vangelo viene condannato non è la ricchezza in quanto tale, bensì il patologico attaccamento alla stessa ed il suo uso distorto, anche se, purtroppo, il più delle volte la ricchezza conduce a questa situazione; l’episodio del giovane ricco non è, quindi, lontano dalla realtà di molte persone: la ricchezza non è cosa dannosa per chi la possiede, ma lo può diventare se essa diviene il centro e la finalità della nostra vita. Gesù non ci chiede di diventare poveri, ma di fare della ricchezza un uso moderato ed utile, nell’interesse di tutti.
Con la preghiera del Padre nostro lo stesso Gesù ci ha insegnato di chiedere al Padre di darci il “nostro pane quotidiano”, cioè niente di meno o di più di ciò che ogni giorno per noi è necessario: la nostra abbondanza, rispetto a ciò che per noi è necessario, non è per se stessa da demonizzare, ma costituisce quel “di più” che dobbiamo sapientemente gestire, nel “rispetto della dignità umana che esige la pratica della virtù della temperanza, per moderare l’attaccamento ai beni di questo mondo; della virtù della giustizia, per rispettare i diritti del prossimo e dargli ciò che gli è dovuto; e della solidarietà, seguendo la regola aurea e secondo la liberalità del Signore, il quale da ricco che era, si è fatto povero per noi, perché noi diventassimo ricchi per mezzo della sua povertà” (Catechismo della chiesa cattolica, n. 2407).
Come già detto in precedenza, spesso la ricchezza conduce il suo detentore a comportamenti non in linea ai suddetti principi: accade, quindi, che il “ricco” non si ponga nemmeno il problema circa la liceità, ovviamente sotto l’aspetto della morale cristiana, della sua condotta, ovvero, almeno per quanti ritengano di aver conseguito correttamente la loro ricchezza, proprio sulla base di quest’ultima considerazione, ritenga di poter disporre a proprio piacimento dei suoi beni, nel soddisfacimento dei propri desideri, nella convinzione, inoltre, che qualsiasi loro utilizzo anche se per tali fini, in ogni caso risponde ad un’utilità sociale in quanto, sia pure indirettamente, torna a vantaggio di qualche altro (come il caso, sopra richiamato, dell’acquisto di automobili di notevole costo che si risolve a favore dell’impresa che quelle autovetture produce e delle relative maestranze).
Un simile modo di ragionare non appare condivisibile, sia perché dimentica il fondamentale principio cristiano secondo cui tutto ciò che possediamo non è da ritenersi nostro, ma solo affidato a noi in amministrazione e, pertanto, ne dovremo rendere conto, con particolare riferimento a quanto costituisce il “di più” rispetto alle nostre esigenze, sia perché se è vero che qualsiasi utilizzo delle nostre ricchezze può risolversi a vantaggio di altri, è pur vero che ciò che rileva negativamente è il fatto che detto utilizzo avvenga per il soddisfacimento di superflui ed egoistici desideri, dimenticando ogni principio di solidarietà verso chi è privo del necessario, senza considerare la circostanza che, laddove dette disponibilità venissero destinate per quest’ultimo scopo, si realizzerebbe, sempre, l’ulteriore vantaggio di quanti venissero impiegati nella fornitura dei mezzi idonei per venire incontro a tali necessità (abitazioni, mense, ecc.).
Le considerazioni che precedono portano, inevitabilmente, ad una conclusione che potrebbe apparire sconcertante: posto che l’utilizzo ed, a volte, l’inaccettabile ostentazione di quanto posseduto oltre ogni limite di sana moderazione che obbiettivamente offende quanti versano in disagiate condizioni economiche (e, purtroppo, nell’attuale momento, costituiscono la maggioranza della popolazione) è cosa deprecabile, nel giudizio negativo non possono rimanere esclusi anche chi tali beni produce ed offre sul mercato, dato che domanda ed offerta sono tra loro reciprocamente interdipendenti, né più, né meno di quanto accade nel triste fenomeno della prostituzione.
Ovviamente, il giudizio di condanna di ogni eccesso nell’uso delle ricchezze deve rivolgersi a chiunque, senza eccezioni, e, pertanto, anche nei confronti della stessa Chiesa cattolica che, a volte (come, per esempio, nella sfarzosa realizzazione della “chiesa inferiore” che accoglie le spoglie di San Pio da Pietrelcina) non sembra uniformarsi a quei corretti criteri di moderazione e sobrietà dalla stessa suggeriti, al fine di realizzare una migliore giustizia sociale, facendo appello ai fondamentali principi di condivisione e solidarietà cristiana cui dovrebbe ispirarsi il vivere civile.
La Chiesa, comunque, non ha particolari dottrine economiche da suggerire ed, al riguardo, non sono condivisibili opinioni o movimenti (come, per esempio, la c.d. “teologia della liberazione”, sviluppatasi nell’America latina) che, ponendo in evidenza i valori di emancipazione sociale e politica presenti nel messaggio cristiano, auspicano l’avvento di una chiesa popolare e socialmente attiva. Condivisione e solidarietà sono, infatti, principi cui si ispira il messaggio evangelico che - al di fuori di qualsiasi azione al fine di farli imporre, attraverso il consenso popolare – mira alla conversione delle coscienze in tal senso, per mero atto di amore; in caso contrario risulterebbe vanificato tutto l’insegnamento di Chi, portatore di un Amore Infinito, non ha esitato a sacrificare la propria vita per la salvezza dell’uomo.

mercoledì 4 gennaio 2012

43. Speculazione finanziaria e crisi dell'eurozona



Nell’attuale crisi finanziaria non si è molto parlato della speculazione quale uno dei suoi fattori determinanti: invero, anche se è fuori dubbio che detta crisi abbia ragioni più complesse, è innegabile che il ruolo svolto dall’attività speculativa non è da ritenersi del tutto secondario, tanto da dimenticarlo del tutto, come, a volte, accaduto.
Al fine di metterne in evidenza, soprattutto sul piano morale, i suoi deleteri effetti, è opportuno svolgere alcune preliminari considerazioni sull’attività speculativa in generale.
La speculazione può sinteticamente definirsi come l’attività economica diretta all’acquisto o alla vendita di un determinato bene al solo fine di ricavarne, sulla base di previsioni puramente soggettive, in un momento successivo e con un’operazione inversa, un profitto a seguito dell’incremento o decremento di valore rispetto a quello dell’operazione iniziale: non è pertanto da considerarsi speculatore chi, dopo aver acquistato un bene per detenerlo, successivamente ne vede accrescere il suo valore.
Per quanto attiene, in particolare, alla speculazione finanziaria, quella cioè che si svolge nell’ambito dei mercati finanziari, va subito notato come detta attività speculativa si avvalga anche della possibilità di agire “allo scoperto”: in tal caso l’operatore vende strumenti finanziari che non possiede ovvero li acquista, senza disporre delle somme occorrenti.
Sull’attività dei mercati finanziari, Benedetto XVI ebbe a dire (Enc. “Caritas in veritate”, n. 36): “la Chiesa ritiene da sempre che l’agire economico non sia da considerare antisociale…. La società non deve proteggersi dal mercato, come se lo sviluppo di quest’ultimo comportasse ‘ipso facto’ la morte dei rapporti autenticamente umani. E’ certamente vero che il mercato può essere orientato in modo negativo, non perché sia questa la sua natura, ma perché una certa ideologia lo può indirizzare in tal senso. Non va dimenticato che il mercato non esiste allo stato puro. Esso trae forma dalle configurazioni culturali che lo specificano e lo orientano. Infatti, l’economia e la finanza, in quanto strumenti, possono essere mal utilizzati quando chi li gestisce ha solo riferimenti egoistici. Così, si può riuscire a trasformare strumenti di per sé buoni in strumenti dannosi. Ma è la ragione oscurata dall’uomo a produrre queste conseguenze, non lo strumento di per se stesso. Perciò non è lo strumento a dover essere chiamato in causa ma l’uomo, la sua coscienza morale e la sua responsabilità sociale”.
L’attività speculativa finanziaria nel corso degli anni si è avvalsa di tecniche e strumenti sempre più raffinati, tutti finalizzati solo al conseguimento di profitti sempre più elevati, determinando un sempre maggiore allontanamento del mercato dall’economia reale e dalla morale: a quest’ultimo proposito è sintomatico ricordare che nel 1997 due matematici ottennero il premio Nobel per l’economia per aver messo a punto un modello economico moltiplicatore di perdite e guadagni utilizzato da un noto fondo speculativo.
Così, con il progredire delle tecniche dei vari strumenti finanziari si è pervenuti all’elaborazione di sofisticati prodotti come, per esempio, i c.d. “prodotti derivati” i quali, nati in un primo tempo come strumenti di copertura di rischi (in particolare, quelli di cambio), sono stati successivamente usati prevalentemente come strumenti speculativi, soprattutto per l’effetto moltiplicatore connesso alle particolari modalità operative che consentono di assumere rischi molto elevati impiegando limitate risorse.
Al riguardo, al fine di avvalorare l’affermazione di Benedetto XVI, secondo cui “non è lo strumento a dover essere chiamato in causa ma l’uomo”, il quale riesce “a trasformare strumenti di per se buoni in strumenti dannosi”, basti considerare, sempre in tema di prodotti derivati, la notevole differenza che intercorre, nel ricorso a detti strumenti, tra il fine assicurativo di copertura del rischio di cambio (fisiologicamente perseguito con detti strumenti) ed il fine esclusivamente speculativo, nel quale l’interesse dell’operatore non è quello di avere a disposizione, ad una certa data, una determinata quantità di valuta ad un certo prezzo, ma solo quello di lucrare un profitto dalla compravendita del derivato.
Un esempio chiarirà meglio il concetto ora espresso. Nel contratto di assicurazione contro il rischio di incendio, l’assicurato assicura un proprio immobile nei confronti di tale evento dannoso e, pertanto, incasserà l’indennizzo ove detto evento si verifichi; non è pertanto consentito stipulare un’assicurazione contro tale rischio che abbia per oggetto un immobile che non appartenga all’assicurato: in questo caso quest’ultimo avrebbe tutto l’interesse al verificarsi dell’evento dannoso che potrebbe spingerlo anche a provocarlo. Nella finanza quest’ultimo limite non esiste: così gli speculatori, utilizzando legittimamente gli strumenti offerti dal mercato, possono scommettere al ribasso su di una determinata impresa nella quale non hanno alcun interesse e che obbiettivamente versi in precarie condizioni, come se si fossero assicurati contro il suo fallimento ; è evidente che se i titoli di quell’impresa continueranno ad andare sempre peggio ciò si risolverà a tutto vantaggio degli speculatori i quali, a causa dell’enorme mole raggiunta da tali strumenti (che alcuni stimano globalmente dell’ordine di grandezza del Pil dell’intero pianeta), avranno anche a loro disposizione i mezzi sufficienti per intervenire sul mercato, deprimendo ancora di più il valore dei titoli in questione. Tutto ciò comporta, da un lato, il progressivo allontanamento dell’economia reale dal mercato che diventa sempre più solo virtuale, ove tutto ruota intorno ad una ricchezza artificiale cui non corrisponde una ricchezza reale, e, dall’altro, la separazione tra giudizio morale ed un’economia sempre più individualista ed utilitarista: lo speculatore, infatti, spinto solo dal suo tornaconto personale nel conseguimento di un immorale profitto, non si avvede (ovvero, finge di non avvedersi) che al suo guadagno corrisponde necessariamente una perdita subita da qualche altro soggetto, anche se indeterminato; ed è, forse, questa indeterminatezza a fornire allo speculatore un alibi, anche se assolutamente inconsistente, al suo modo di operare.
A quest’ultimo proposito mi ricordo di aver sentito in televisione un’intervista con una ragazza di “buona famiglia”, la quale, all’insaputa dei genitori, vendeva su internet immagini del proprio corpo in pose decisamente pornografiche: all’esplicita domanda sulla correttezza morale di una simile attività, la ragazza, candidamente, rispose di ritenersi a posto con la propria coscienza, dato che tali immagini venivano vendute tramite un intermediario che le garantiva la loro diffusione, in maniera assolutamente anonima ed a clienti residenti in zone lontane dalla propria, e che, pertanto, lei non avrebbe mai frequentato o conosciuto!
La speculazione finanziaria è da alcuni fondatamente ritenuta la peste del ventunesimo secolo per i suoi effetti devastanti, soprattutto quando ad essere presi di mira non sono singole imprese, ma, addirittura, interi Paesi, che versano in difficoltà economiche, deprimendo il corso dei rispettivi titoli del debito pubblico, come di recente sta accadendo: a tutto questo si aggiunga la presenza di Agenzie di rating, società private la cui attività (esercitata, di fatto, in regime di monopolio) è quella di esprimere valutazioni su detti titoli (che incidono pesantemente sul loro corso), sulla base di analisi non sempre affidabili a causa di conflitti di interesse sussistenti con altri soggetti, come l’ISDA Inc. (International Swaps and Derivatives Association), società consortile degli operatori in prodotti derivati.
La spinta a conseguire facili guadagni attraverso una simile attività speculativa appare, comunque, davvero irresistibile, tanto che la tentazione di avvalersi degli strumenti offerti al riguardo dal mercato coinvolge anche banche e banchieri, di un’apparente ineccepibile moralità, confondendo detta attività speculativa come vera e propria forma di investimento: non stupì più di tanto, quindi, il fatto (riportato da tutta la stampa nazionale ed internazionale) che la stessa Banca d’Italia, tramite l’Ufficio Italiano dei Cambi, alla fine degli anni ’90 aveva “investito” oltre 400 miliardi delle vecchie lire in un fondo speculativo americano (L.T.C.M.) che operava, appunto, in prodotti derivati, speculando su vari titoli, non esclusi anche quelli del debito pubblico italiano.
Con riferimento all’attuale crisi finanziaria, è a tutti ben noto che ad essere in prima linea presi di mira dalla speculazione (anche se, giova sempre ripeterlo, non può certo quest’ultima essere ritenuta la causa esclusiva della crisi) sono soprattutto i titoli del debito pubblico di Paesi che versano in notevoli difficoltà economiche e finanziarie: anche se, come si è visto, si tratta di un mercato essenzialmente “virtuale” le conseguenze dannose si realizzano realmente. L’artificiosa depressine dei corsi, infatti, inevitabilmente induce i portatori di detti titoli a disfarsene con reali inevitabili massicce vendite che non fanno altro che determinare un progressivo ed inesorabile abbassamento del loro valore; ciò comporta un corrispondente innalzamento dei tassi di rendimento, con la necessità, da parte dei governi dei Paesi colpiti, di adeguare a tali tassi, sempre crescenti, quelli delle successive emissioni: il tutto si risolve, pertanto, in un immane danno a carico dei Paesi più colpiti dalla crisi che diventano facile preda di questa schiera di speculatori senza scrupoli.
Assistiamo, pertanto, ad un vero e proprio imbarbarimento del mercato: il mercato non è più il luogo ove avvengono le transazioni finanziarie nel fisiologico incontro della domanda ed offerta, bensì il luogo ove vengono consumate vere e proprie guerre, senza esclusione di colpi; siamo, infatti, ormai abituati a sentir parlare quasi giornalmente di “attacchi” nei confronti di determinati titoli: a fronte di un tale mercato, sembrerebbe facile ipotizzare la via da seguire, impedendo, con apposita normativa, le operazioni di speculazione finanziaria del tipo sopra descritto.
In presenza, però, della globalizzazione di tutti i mercati mondiali che determina, di fatto, la loro inevitabile interdipendenza, un intervento normativo del genere, per essere valido, dovrebbe essere assunto su base internazionale, dato che non avrebbe alcun effetto se dovesse valere solo per una determinata area territoriale: una tale soluzione resta, però, allo stato attuale, solo un auspicio, dato che timidi tentativi in tal senso non hanno avuto, per ora, alcun seguito, in presenza di forti ed interessate resistenze, senza considerare che gran parte degli strumenti speculativi viene negoziata su mercati non regolamentati. Allo stato, pertanto, la speculazione viene di fatto considerata come un male inevitabile con il quale convivere, anche se, obbiettivamente, tutto ciò potrebbe apparire incomprensibile.
La bufera finanziaria sopra descritta che ha colpito in maniera particolare l’ eurozona, non ha, purtroppo, risparmiato anche il nostro Paese: in questo caso la speculazione ha trovato terreno fertile oltre che nelle obbiettive difficoltà economiche nelle quali versa il Paese, anche a causa del gigantesco debito pubblico che, tra l’altro, risulta in mano estera per circa il 50%.
Per uscire fuori dal tunnel urgono misure che, innanzi tutto, siano dirette a favorire la crescita economica del Paese e, nello stesso tempo, cerchino di risanare, in qualche modo, l’enorme debito accumulato, oppure, almeno, di renderne più sopportabile la gestione.
La situazione del nostro Paese, nell’ambito europeo, del resto similare a quella di altri Paesi, determina, però, un innegabile condizionamento nelle scelte: l’enorme debito e la conseguente scarsa fiducia sulla sua solvibilità, elementi su cui essenzialmente fanno leva gli attacchi speculativi, spingono di fatto - anche sulla base di interessate pressioni esterne, fondate essenzialmente su posizioni individualistiche ed egoiste - a privilegiare l’azione rivolta più verso il risanamento che verso la crescita. Si finisce, inevitabilmente, a puntare sulla leva fiscale per recuperare disponibilità che risulteranno, comunque, obbiettivamente inadeguate a conseguire un vero risanamento, imponendo a tutti sacrifici che potrebbero risultare inutili in quanto, appunto, inidonei a conseguire gli effetti desiderati. Infatti, a parte la considerazione che non può sussistere un vero risanamento che prescinda dalla crescita economica, l’aumento del peso fiscale, con un generalizzato impoverimento, determina una contrazione dei consumi che si riflette, poi, sullo stesso risanamento. D’altra parte non appare molto convincente l’affermazione di aver agito con equità nell’imporre sacrifici a carico di tutti, dato che, in ogni caso, il sacrificio che determina una maggiore povertà non è certo paragonabile a quello che determina, invece, solo una diminuzione di ricchezza; l’equità impone, infatti, in particolari condizioni, di dover escludere dai sacrifici chi obbiettivamente non è più in grado di sostenerli, al di fuori di qualsiasi calcolo ragionieristico sul valore oggettivo dei diversi sacrifici da imporre alla collettività. E’ evidente, a titolo esemplificativo (per quanto banale), che non possa ritenersi rispondente a criteri equitativi sottrarre un pezzo di pane a chi ha solo quello per sfamarsi (esponendolo solo alla disperazione) a fronte della sottrazione di un bel pezzo di torta (anche se di valore decisamente superiore) a chi ha già consumato un lauto banchetto.
Comunque, il risultato conseguito, in termini di risanamento, a seguito dei pesanti sacrifici imposti alla collettività risulterà sempre assai modesto rispetto alla disastrosa situazione debitoria del Paese, sicché, dopo un possibile iniziale miglioramento della situazione, la speculazione potrà riprendere ad agire come prima, se non si apportano le necessarie modifiche alle attuali regole che disciplinano il mercato e l’emissione di titoli del debito pubblico da parte dei Paesi dell’eurozona, che obbiettivamente danneggiano i Paesi in difficoltà, i quali, come si è già detto, si vedono costretti ad applicare, alle nuove emissioni, tassi sempre più crescenti che, alla fine, risulterebbero non più sopportabili se riguardassero l’intero ammontare del proprio debito: ulteriori inevitabili manovre non potrebbero, infatti, reiterarsi all’infinito.
Inoltre, al fine di perseguire una corretta, quanto doverosa, informazione della situazione nei confronti di tutti i cittadini, andrebbe chiarito che le varie manovre in atto (ipocritamente presentate come “salva Italia”, come se fossero da ritenersi risolutive a titolo definitivo della presente crisi) invero sono solo finalizzate a conseguire il pareggio di bilancio, per il prossimo anno, tra le entrate e le uscite, comprendendo, tra queste ultime, gli interessi dovuti per il debito pubblico: quasi nulla viene destinato ad una, se pur minima, riduzione dell’ammontare del debito che, pertanto, resta fermo nella sua enorme dimensione. E’ notorio, poi, che il tasso di interesse che grava sul nostro gigantesco debito (dell’ordine di circa 1.900 miliardi di euro) non solo è di gran lunga superiore a quelli posti a carico di altri Paesi che non si trovano nelle stesse nostre difficoltà (il termine “spread” è diventato fin troppo familiare a tutti) ma è sottoposto a continue ed imprevedibili oscillazioni: avuta presente la circostanza che, mediamente, vengono a scadenza annuale titoli del debito pubblico per circa 300-400 miliardi di euro e che il loro rimborso è possibile solo con nuove emissioni di importo corrispondente, è, purtroppo, facile concludere che, agli attuali tassi, i pareggi di bilancio per gli anni successivi potrebbero raggiungersi solo con nuovi sacrifici, non più sopportabili.
L’unica vera soluzione, quindi, potrebbe realizzarsi solo pervenendo ad una stabilizzazione ed uniformità dei tassi di interesse sui titoli del debito pubblico dei vari Paesi dell’eurozona, attraverso un’adeguata revisione dei poteri e delle modalità di intervento della BCE: allo stato, però, questa via appare abbastanza problematica per le note intransigenti ed egoistiche posizioni di alcuni Paesi membri. D’altra parte la necessità di una revisione delle attuali regole emerge con maggiore evidenza se si considera, come da molti ritenuto, che gli “attacchi” speculativi diretti verso alcuni Paesi sono finalizzati a provocare una profonda destabilizzazione dell’euro, attraverso la disgregazione dell’intera area.
E’ indiscutibile, comunque, che la situazione nella quale versano diversi Paesi del nostro pianeta ed il nostro in prima linea, sia davvero drammatica: non è certo questa la sede per suggerire efficaci strategie, senza alcuna preclusione (1), sul piano essenzialmente tecnico, per superarla; può solo formularsi un’amara considerazione: che, di fronte al complesso degli irresponsabili comportamenti come sopra evidenziati, da parte di vari soggetti senza scrupoli che hanno come esclusivo fine delle loro attività quello di conseguire ad ogni costo un proprio profitto, oppure sono incapaci ad abbandonare egoistiche posizioni individualistiche, appare più che giustificata la profonda indignazione di tutti quelli (appartenenti alle classi più deboli, con i giovani in prima linea) che vedono molto problematico il loro futuro.
Ritornando al tema specifico della presente riflessione che è quello sulla speculazione finanziaria, che attualmente non solo non è vietata, ma nemmeno in qualche modo regolamentata, va purtroppo ribadito che la globalizzazione ha ulteriormente accentuato la separazione tra economia e giudizio morale: la speculazione, pertanto, resta quasi una normale, naturale ed inevitabile modalità di svolgimento dell’attività dei mercati finanziari, risultando, quindi, quasi fuor di luogo qualsiasi giudizio d’ordine morale sulla stessa. Sintomatica appare al riguardo l’affermazione di un noto banchiere anglo-tedesco (morto agli inizi del secolo scorso), Sir. Ernest Cassel: “quando ero giovane mi chiamavano giocatore d’azzardo, poi cominciarono a chiamarmi speculatore ed oggi dicono di me che sono un grande banchiere: io però ho fatto sempre la stessa cosa”.
D’altra parte, la stessa Chiesa cattolica, pur prendendo atto dell’affermazione, sopra riportata, di Benedetto XVI, secondo cui “l’economia e la finanza.…possono essere mal utilizzati quando chi li gestisce ha solo riferimenti egoistici”, non sembra che abbia affrontato con la dovuta attenzione lo specifico argomento della speculazione finanziaria. L’unico riferimento, peraltro generico, si rinviene, infatti, nel Catechismo della Chiesa cattolica, ove al n. 2409, nel capitolo riguardante il settimo comandamento (“non rubare”) viene indicata tra gli atti “pure moralmente illeciti” anche “la speculazione, con la quale si agisce per far artificiosamente variare la stima dei beni, in vista di trarne un vantaggio a danno di altri”, senza, inoltre, considerare l’esistenza di strumenti di per se stessi dannosi, in quanto predisposti, per la loro natura, a perseguire esclusivamente fini moralmente illeciti.
Invero, la speculazione finanziaria come sopra illustrata (sia con riferimento ai sofisticati strumenti usati, come i c.d. prodotti derivati, sia con riferimento agli interventi di organismi, come le agenzie di rating che, a volte, con le loro valutazioni di dubbia affidabilità, alimentano la speculazione stessa) costituisce un gravissimo crimine verso l’umanità e, per la consapevolezza dei danni prodotti da una condotta abitualmente seguita che distrugge la carità nel cuore dei suoi autori, racchiude in sé tutti gli elementi che la fanno rientrare nel concetto di “peccato mortale”, sulla base delle indicazioni fornite dallo stesso Catechismo della Chiesa cattolica (n. 1854 ss).
Come uscire, allora, dall’attuale crisi (alla quale contribuisce se pure in parte la speculazione) che sembra coinvolgere sempre maggiori Paesi del pianeta?
Forse non è azzardato affermare che tutto quello che accade sotto i nostri occhi non accade invano, dato che dovrebbe far emergere la consapevolezza dell’assoluta inconsistenza, da un lato, di ogni illusoria quanto presuntuosa convinzione, da parte dei Paesi in crisi, di poter risolvere da soli i propri problemi e, dall’altro, di un atteggiamento di distacco ed indifferenza, da parte dei Paesi apparentemente più fortunati, verso i primi, per il fondato rischio di contagio. Nella situazione attuale, infatti, da un lato, l’orgogliosa presunzione dei Paesi in difficoltà di poter risolvere da soli i propri problemi con infondate affermazioni di autostima che certamente non possono attenuare l’altrui diffidenza e, dall’altro, l’egoistica indifferenza degli altri Paesi costituiscono una diabolica accoppiata che potrebbe condurre ad un disastroso e globale fallimento, ferme restando le vigenti “regole”.
In tale complessa situazione appare, quindi, sempre più indispensabile che qualsiasi soluzione tecnica si voglia adottare per risolvere i problemi sul tappeto non possa prescindere, sia pure inconsapevolmente, da un fondamentale ricorso ad un principio di solidarietà cui dovrebbero ispirarsi quanti abbiano a cuore le sorti di intere popolazioni: accade così che, ancora una volta, l’uniformarsi a principi di solidarietà cristiana cui si ispira la dottrina sociale della Chiesa cattolica, risulti, di fatto, utile a trovare idonee soluzioni anche nel settore economico. La solidarietà, comunque, va richiesta, abbandonando orgogliose, quanto infondate affermazioni di autosufficienza : i Paesi in difficoltà, nel chiedere l’aiuto della comunità internazionale, dovrebbero, pertanto, umilmente riconoscere il proprio stato di bisogno che il più delle volte è stato determinato da precedenti politiche economiche molto al sopra delle effettive loro possibilità, rendendosi, nel contempo, disponibili a quei sacrifici, necessariamente complementari agli aiuti richiesti.
Concludendo queste brevi considerazioni, può affermarsi, pertanto, che, in generale, l’economia esige sempre il rispetto della morale.
Svincolare l’economia dalla morale significa, infatti, passare da un’economia a servizio dell’uomo all’uomo a servizio dell’economia, tradendo, così, il fine naturale di quest’ultima che dovrebbe essere quello dell’utilizzo delle risorse senza sprechi, perseguendo il migliore sviluppo e benessere da distribuire equamente a tutti.
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(1)Perché, ad esempio (non so fino a che punto, solo provocatorio e, comunque, in assenza di efficaci interventi in sede di Banca Centrale Europea), non ricorrere ad un prestito forzoso, da imporre a patrimoni o redditi oltre un certo importo, corrispondente all’ammontare complessivo (oppure ad una parte consistente dello stesso) dei titoli del debito pubblico in scadenza nei prossimi due o tre anni (in attesa di un’auspicabile ripresa) ?. Al riguardo è da tener presente che la composizione delle attività finanziarie detenute nel 2010 dalle famiglie italiane (pari a circa 3.500 miliardi di euro, con oltre il 40% di tale importo depositato su conti di importi superiori a 50.000 euro) era costituito solo per il 5% da titoli del debito pubblico italiano; per oltre il 40% da obbligazioni private, titoli esteri, azioni e fondi comuni e per il 30% da depositi bancari e risparmio postale. Una simile imposizione neutralizzerebbe, infatti, in detto periodo, ogni effetto derivante dall’attività speculativa, garantendo al Tesoro del nostro Paese una stabilità di tassi passivi sull’intero ammontare del proprio debito: d’altra parte, tale imposizione, equivarrebbe, in sostanza, ad una mini patrimoniale, corrispondente all’ammontare dello spread tra tasso da applicarsi su dette emissioni ed il tasso di mercato, evitando ulteriori necessarie manovre, dato che la manovra testé posta in essere, secondo criteri certamente non equitativi, non sembra abbia sortito effetti rilevanti su detto spread.
Al riguardo, inoltre, notevoli perplessità possono avanzarsi sulla validità dell’invito rivolto, da parte di qualcuno, alle famiglie italiane di acquistare o sottoscrivere titoli del debito pubblico: se, infatti, la finalità di tale invito fosse quella di produrre una contrazione dei tassi a carico del Tesoro, è evidente che tale effetto non potrebbe mai realizzarsi, sia perché, per tale scopo, occorrerebbero investimenti di enormi dimensioni, sia perché l’eventuale propensione a tale forma di investimento risulterebbe, appunto, condizionata all’offerta di titoli a tassi decisamente superiori a quelli di mercato.

giovedì 1 dicembre 2011

42. "Gesù di Nazaret" di Benedetto XVI



I due volumi su “Gesù di Nazaret” di Papa Benedetto XVI, pubblicati negli anni 2006 e 2010 e frutto di un lungo lavoro iniziato nell’estate del 2003, costituiscono, come affermato dal suo Autore, “il tentativo di presentare il Gesù dei Vangeli come il Gesù reale, come il Gesù storico in senso vero e proprio.”
“Tentativo” molto ambizioso e reso possibile, sono sempre parole di Benedetto XVI, dalla “grande quantità di materiali e di conoscenze attraverso le quali la figura di Gesù può divenirci presente con una vivacità e profondità che pochi decenni fa non riuscivamo neppure a immaginare.” Da tale meticoloso studio, l’Autore esplicitamente dichiara di essere pervenuto alla conclusione che il “Gesù storico” coincide con quello narrato dai Vangeli: “questa figura è molto più logica e dal punto di vista storico anche più comprensibile delle ricostruzioni con le quali ci siamo dovuti confrontare negli ultimi decenni”.
Con grande umiltà, Benedetto XVI ha ritenuto di dover avvertire il lettore che il risultato della sua indagine “è unicamente espressione della mia ricerca personale del volto del Signore. Perciò ognuno è libero di contraddirmi.”
L’opera, come era prevedibile, ha ottenuto un notevole successo editoriale: eppure, secondo il mio modesto parere, non ha riscosso quell’accoglienza e consenso che avrebbe meritato per l’impegno profuso e, soprattutto, per i risultati raggiunti, costituendo davvero un’opera monumentale sulla via di una migliore conoscenza della reale figura di Gesù Cristo, non certo sulla base del rinvenimento di nuovi elementi fattuali sulla vita di Gesù che potessero avvalorare la tesi, oggetto del “tentativo” sopra riferito, bensì per la ragionevolezza delle argomentazioni svolte.
Purtroppo la mente umana è pur sempre condizionata alla pretesa della dimostrabilità sperimentale di quanto le viene proposto prima di accettarlo, dimenticandosi che certe verità non sono suscettibili di siffatta dimostrazione (come quella dell’esistenza di Dio o del suo contrario). D’altra parte è lo stesso Benedetto XVI ad affermare, nel primo volume, che “la presunzione, che vuole fare di Dio un oggetto e imporgli le nostre condizioni sperimentali da laboratorio, non può trovare Dio. Infatti si basa già sul presupposto che noi neghiamo Dio in quanto Dio, perché ci poniamo al di sopra di Lui. Perché mettiamo da parte l’intera dimensione dell’amore, dell’ascolto interiore, e riconosciamo come reale solo ciò che è sperimentabile, che ci è stato posto nelle mani. Chi la pensa in questo modo fa di se stesso Dio e degrada così facendo non solo Dio, ma il mondo e se stesso”.
Non è certo mia intenzione, con queste brevi riflessioni, commentare, o, peggio, riassumere il contenuto di un’opera tanto impegnativa che, dopo un’introduzione contenente “un primo sguardo sul mistero di Gesù”, analizza tutto il cammino della vita pubblica di Gesù, dal Suo battesimo fino alla Sua Resurrezione, mettendone in evidenza ogni aspetto significativo, riflettendo “solo sulle parole e sulle azioni essenziali di Gesù” per illustrarne la Sua “figura e messaggio” e non già per scrivere un “vita di Gesù”. Vengono, così, prese in particolare considerazione: le tentazioni di Gesù, il discorso della montagna, il messaggio delle parabole, la trasfigurazione, le affermazioni di Gesù su se stesso, la lavanda dei piedi, l’ultima cena, Gesù al Getsemani, il processo a Gesù, la sua Crocifissione, morte e Resurrezione, per finire, con la Sua salita al cielo, con un discorso escatologico circa la Sua “venuta definitiva che cambierà il mondo”, preceduta da una “presenza anticipatrice”, “l’adventus medius, la venuta intermedia di cui parla Bernardo”.
In questa prospettiva, sempre al fine di indicare una via sicura per pervenire alla conclusione che il Gesù storico, in senso vero e proprio, è quello narrato dai Vangeli, non trova quindi posto alcun riferimento a fatti dai quali possa emergere la “dimostrazione” che Gesù è il vero Figlio di Dio, sulla base della (come sopra dichiarata) avversione ad ogni tentativo di ricerca di “condizioni sperimentali di laboratorio”; sicchè nell’opera manca il racconto ed il commento agli innumerevoli miracoli operati da Gesù. L’omissione, pertanto, non è casuale, tanto è vero che l’unico riferimento a tali miracoli riguarda quello delle nozze di Cana: tale miracolo, infatti, viene - quasi ostentatamente – indicato da Benedetto XVI non già come “miracolo”, bensì come “episodio” di Cana, cui l’Autore fa riferimento non già per parlare di tale evento, ma della “sovrabbondanza” come “segno di Dio”. “La sovrabbondanza di Cana è segno che la festa di Dio con l’umanità - il suo dono di sé per gli uomini – è cominciata. La cornice dell’avvenimento, le nozze, diventa così un’immagine che indica, al di là di se stessa, l’ora messianica: l’ora delle nozze di Dio con il suo popolo ha avuto inizio nella venuta di Gesù”.
Il Gesù di Nazaret di Benedetto XVI è, pertanto, da intendersi come una mirabile opera con la quale un illuminato teologo affronta temi fondamentali della fede cristiana suggerendo logiche e ragionevoli soluzioni ad innumerevoli questioni sempre aperte al confronto ed alla discussione.
A solo titolo esemplificativo che valga come semplice indicazione delle varie problematiche trattate, mi limito a segnalarne alcune che ritengo tra le più significative, senza alcuna pretesa di volerne fare, nemmeno di queste, una sintesi esaustiva.
La prima riguarda l’affermazione, avvenuta con il Concilio di Calcedonia (451), sull’unione della divinità e dell’umanità in Gesù Cristo con la formulazione che, in Lui, l’unica Persona del Figlio di Dio abbraccia e porta le due nature, quella umana e quella divina, dopo che il precedente Concilio di Nicea (325) aveva affermato che, secondo il concetto cristiano di Dio, le tre Persone – Padre, Figlio e Spirito Santo – sono una cosa sola nell’unica sostanza di Dio.
Questa formula,- due nature, un’unica Persona – è stata creata da Papa Leone Magno, “con un’intuizione, (secondo Benedetto XVI), che andava molto oltre il momento storico”. “Ma essa era un’anticipazione: il suo significato concreto, continua Benedetto XVI, non era ancora sondato fino in fondo….Per questo la recezione di Calcedonia è avanzata in modo molto intricato e tra accaniti litigi”. Il problema di fondo era questo: stante l’unità della persona può esistere soltanto un’unica volontà; la persona, infatti, si manifesta nella volontà e se c’è una persona sola, allora non può esserci che una sola volontà, nella specie quella divina che deve ritenersi assorbente quella umana. Da tutto ciò nasceva di conseguenza questa domanda: “Dio si è fatto veramente uomo in Gesù, se quest’uomo non aveva poi una volontà?”.
Tale domanda, secondo Benedetto XVI, non ha ragion d’essere: “Il dramma del Monte degli ulivi consiste nel fatto che Gesù riporta la volontà naturale dell’uomo dall’opposizione alla sinergia e ristabilisce così l’uomo nella sua grandezza. Nell’umana volontà naturale di Gesù è, per così dire, presente in Gesù stesso tutta la resistenza della natura umana contro Dio. L’ostinazione di tutti noi, l’intera opposizione contro Dio è presente e Gesù, lottando, trascina la natura ricalcitrante in alto verso la sua vera essenza……..così la preghiera: ‘non la mia, ma la tua volontà’ è veramente una preghiera del Figlio al Padre, nella quale l’umana volontà naturale è stata tratta totalmente dentro l’Io del Figlio, la cui essenza si esprime appunto nel ‘non io, ma tu’, nell’abbandono totale dell’Io al Tu di Dio Padre. Questo ‘Io’, però, ha accolto in sé l’opposizione dell’umanità e l’ha trasformata, così che ora nell’obbedienza del Figlio siamo presenti tutti noi, veniamo tutti tirati dentro la condizione di figli”.
Altro problema che sotto certi aspetti è un corollario del precedente, è quello relativo al valore salvifico, per tutti gli uomini, della Passione di Cristo, avendo Egli espiato tutto il peccato del mondo.
Contro l’idea dell’espiazione, da parte di Gesù Cristo, è stata ripetutamente sollevata questa obiezione: “non è forse un Dio crudele colui che richiede un’espiazione infinita? Non è questa un’idea indegna di Dio? Non dobbiamo forse, a difesa della purezza dell’immagine di Dio, rinunciare all’idea dell’espiazione?”
Per Benedetto XVI è, invece, “evidente che il perdono reale che avviene a partire dalla croce si realizza proprio in modo inverso. La realtà del male, dell’ingiustizia che deturpa il mondo e insieme inquina l’immagine di Dio – questa realtà c’è: per nostra colpa. Non può essere semplicemente ignorata, deve essere smaltita. Ora, tuttavia, non è che da un Dio crudele venga richiesto qualcosa di infinito. E’ proprio il contrario: Dio stesso si pone come luogo di riconciliazione e, nel suo Figlio, prende la sofferenza su di sé. Dio stesso introduce nel mondo come dono la sua infinita purezza…….Nella passione di Gesù, tutto lo sporco del mondo viene a contatto con l’immensamente Puro……In questo contatto lo sporco del mondo viene realmente assorbito, annullato, trasformato mediante il dolore dell’amore infinito…..Nella croce di Gesù era avvenuto ciò che nei sacrifici animali era stato tentato invano: il mondo aveva ottenuto l’espiazione. L’Agnello di Dio aveva caricato su di sé il peccato del mondo e l’aveva tolto via. Il rapporto di Dio col mondo – rapporto disturbato a causa della colpa degli uomini – era stato rinnovato. Si era realizzata la riconciliazione……..il desiderio che a Dio sia dato ciò che noi non siamo in grado di dargli e che il dono sia tuttavia dono nostro trova il suo adempimento”.
Benedetto XVI avvertendo la difficoltà, per l’uomo, di accogliere una siffatta spiegazione, ne individua così la sua motivazione: “alla comprensione del grande mistero dell’espiazione è di ostacolo, però, la nostra concezione individualistica dell’uomo: non riusciamo più a capire il significato della vicarietà, perché secondo noi ogni uomo vive isolato in se stesso; non siamo più in grado di capire il profondo intreccio di tutte le nostre esistenze e il loro essere abbracciate dall’esistenza dell’Uno, del Figlio fattosi uomo”.
Queste brevi e succinte riflessioni, senza alcuna pretesa di essere considerate quali critica o commento di un’opera tanto ponderosa, valgano, almeno, come invito a leggere e meditare le ispirate parole scritte da Benedetto XVI, per meglio conoscere Gesù che ha lasciato questa terra benedicendo. “Benedicendo (sono le parole poste alla fine dell’opera) se ne va e nella benedizione Egli rimane. Le sue mani restano stese su questo mondo. Le mani benedicenti di Cristo sono come un tetto che ci protegge. Ma sono al contempo un gesto di apertura che squarcia il mondo affinché il cielo penetri in esso e possa diventarvi una presenza”.

lunedì 24 ottobre 2011

41. Il nome di Dio




A Mosè, il quale chiedeva quale fosse il nome di Dio che gli aveva parlato dal roveto ardente, per riferire agli Israeliti quanto aveva udito, Dio rispose: “Io sono colui che sono. Dirai agli Israeliti: Io sono mi ha mandato a voi”.
Pare quasi di sentirla questa voce solenne e maestosa scandire con potenza quell’ “Io sono”, come il fragore che, rompendo il silenzio, squassa ogni cosa e si propaga di valle in valle, moltiplicandosi in mille echi tumultuosi.
Può sembrare la voce imperiosa di un Dio sterminatore, vendicatore, “terribile”, pronto impietosamente a castigare le sue malcapitate creature, senza possibilità alcuna di scampo o riparo: di fronte ad un Dio siffatto c’è solo, inevitabilmente, la propensione ad una fuga precipitosa e di esito quanto mai incerto, unitamente ad un angoscioso senso di paura e di disperata tristezza.
Ma come mai è possibile pervenire a tale concezione di Dio che, invece, è sommo Bene ?
Perché questa sensazione di annichilimento e di crollo spaventoso innanzi a chi si identifica con l’ “Io sono”; crollo simile a quello di cui furono colpiti i guerrieri romani quando, venuti a prendere Gesù ed avendogli chiesto se era proprio lui, ne ebbero un’analoga risposta?.
Invero, tale è la condizione della creatura che avverta, sia pure inconsapevolmente, come la propria identificazione sia da ricercarsi nel suo “non essere”: è allora che la distanza tra l’io e l’“Essere” diventa abissale ed incolmabile.
“Non essere”, identificato in quel continuo divenire, ove si finisce per vivere immersi nel passato (o meglio nel ricordo di un passato che non esiste più) e dallo stesso, comunque, condizionati, nel bene e nel male e, quindi, proiettati verso un futuro tutto terreno (comunque anch’esso non reale, perché ipotetico, sul cui contenuto si hanno, alternativamente, solo vaghe aspettative positive o negative): tutto ciò comporta la perdita del “presente” che diventa, così quell’attimo fuggente assolutamente indecifrabile, con la conseguenza della fuga da Chi, invece, è l’eterno presente, oltre ogni umano limite di tempo.
Si tratta, allora, di trovare la capacità di adeguare il proprio “non essere” all’ “Essere” per convertire quella fuga da ciò che passa verso ciò che rimane in eterno, al fine di pervenire ad una concreta partecipazione con l’ “Essere” stesso: la via, l’unica via giusta che conduce a quell’incontro, tutti già la sappiamo.
Allora il tuono fragoroso si modificherà in un “lieve sussurro di una brezza leggera”; la disperata tristezza in soave malinconia che pervade l’uomo quando, per dirla con le parole di Romano Guardini, “avverte di essere prossimo all’infinito”; la terrificante paura, in sano timore. Timore che non è lo stato d’animo che attanaglia l’umana debolezza quando teme di soffrire ciò che non vorrebbe gli accadesse: in tale stato d’animo ciò che si teme non è oggetto di apprendimento, poiché le cose terribili si incaricano da sé stesse di incutere terrore.
Del timore di Dio sta, invece, scritto: “Venite, figli, ascoltatemi: vi insegnerò il timore del Signore”. Dunque il timore del Signore si impara, perché viene insegnato.
“Questo genere di timore – come diceva S. Ilario – non sta nello spavento naturale e spontaneo, ma in una realtà che viene comunicata come dottrina. Non promana dalla trepidazione della natura, ma lo si comincia ad apprendere con l’osservanza dei comandamenti, con le opere di una vita innocente e con la conoscenza della Verità”. In altri termini, mentre la “paura” riguarda l’aspettativa di ricevere del male dall’altro, il “timore” riguarda, invece, l’avvertita incapacità del soggetto di non corrispondere appieno all’amore che l’altro riversa su di noi.
Si deve all’ispirata intuizione della Venerabile Luisa Margherita Claret de la Touche una delle più belle pagine su: “Il nome di Dio”, qui di seguito integralmente trascritta.
“All’inizio dei tempi Dio stesso si era dato un nome: ‘Io sono colui che sono’. L’Essere assoluto, sovranamente indipendente e libero nella conduzione degli avvenimenti. L’Essere esistente per Se stesso.
Mosé, il grande legislatore degli israeliti, il privilegiato che con la sua dolcezza e la sua forza aveva attirato su di sé lo sguardo di Dio, riconoscendo nel roveto ardente del deserto la presenza della divinità, gli aveva chiesto il nome, e Dio aveva risposto in mezzo al fuoco: “Io sono Colui che sono”. Profonda risposta che rivelava Dio come l’Essere supremo, sostanziale, unico, causa e principio di ogni essere; di una stabilità e unità assolute; non soggetto ad alcun mutamento, ad alcuna diminuzione o accrescimento. Ma risposta misteriosa, come misteriose sono tutte le manifestazioni di Dio nell’Antico Testamento, che non svelavano il mistero di Dio e tenevano l’anima umana come sospesa davanti a questo Essere incomprensibile.
L’uomo, ancora troppo vicino alla caduta delle origini, che ancora portava su di sé l’impronta infamante del peccato, poteva solo intravvedere la Divinità nascosta sotto i suoi attributi. Talvolta, quando vedeva la sua potenza manifestarsi con prodigi strepitosi, lo chiamava l”Onnipotente” altre volte, quando considerava l’ordine e la sapienza con cui era condotto l’universo, lo chiamava: la “Divina Sapienza”; quando i misteri della divina condotta sorpassavano la sua intelligenza, lo chiamava l”Altissimo”; altre volte ancora, quando si sentiva avvolto dalla sua tenerezza e perdonato dei suoi peccati, lo chiamava “Somma Bontà” e il “Misericordioso”.
Tutti i nomi davano un’idea, un aspetto di Dio, ma non potevano definirlo nella sua totalità, nella sua essenza. Perché, chi lo chiamava: l’”Onnipotente” non si richiamava alla sua bontà e chi lo chiamava: “Somma Bontà” in certo qual modo dimenticava la sua giustizia.
I Patriarchi e i Profeti non conobbero il vero nome di Dio; avevano intravisto, ma non visto la Divinità. Camminavano ancora fra le ombre; la luce piena della Rivelazione era riservata ad un tempo futuro.
Giunsero finalmente i giorni della Redenzione e Dio diede alla terra una nuova rivelazione di Sé assumendo forma umana. La Seconda Persona della Trinità si fece carne; il Verbo divenne uomo unendo, con un atto di infinita misericordia, la natura divina alla natura umana. Divenne Gesù Cristo, Dio e uomo, veramente Dio così come veramente uomo: l’uomo-Dio.
Gesù Cristo è dunque il nome di Dio, ma di Dio incarnato, vissuto sulla terra e poi trionfante in Cielo nella sua santa umanità. Questo santo Nome non ci dice tutto su Dio, ci dice soltanto Dio nella sua forma di Verbo fatto carne.
Vivendo fra di noi, Gesù si è rivelato “potente in opere e in parole”, giusto e forte nella repressione del male, pieno di sapienza nei suoi insegnamenti, puro di una purezza senza ombre, buono e pietoso verso tutti, eroico nella sua passione e nel suo sacrificio.
Nella sua profonda umiltà dava a se stesso il nome di “Figlio dell’uomo” e quelli che avevano riconosciuto in lui il “Figlio di Dio” e che capivano la sua divina missione, lo chiamavano il “Salvatore del mondo”. Com’è bello questo nome: Salvatore! Com’è divino! Eppure, questo nome non dice ancora tutto.
A Dio occorre un nome che possa dirlo Creatore e insieme Salvatore; un nome che racchiuda in sé l’idea dell’onnipotenza, della sapienza infinita, della bontà, della misericordia, della grandezza, della forza, della dolcezza, della bellezza, del bene assoluto; un nome che parli di eternità senza inizio e senza fine; che possa convenire a Dio puro spirito, così come a Dio fatto uomo: Dio Padre, Dio Figlio, Dio Spirito Santo. Un nome che dica insieme l’Unità e la Trinità di Dio; un nome che narri tutte le sue opere, che spieghi i suoi misteri di gloria e di umiliazione.
Molto ci dice il nome di Gesù perché Gesù è Dio e Dio tutto racchiude in Sé .Ma “Gesù” è un nome specifico, proprio del Verbo incarnato e quando, ad esempio, noi lo pronunziamo, non intendiamo parlare del Padre o dello Spirito Santo. Dunque, esso non dice tutto di Dio. Non diceva tutto nemmeno a coloro che lo pronunziavano, già adorandolo, nel tempo in cui Egli viveva sulla terra nella sua forma umana; a quelli che vedevano sul suo volto il riflesso della sua divinità e, pendendo dalle sue labbra, gustavano la verità della sua dottrina.
Il Sangue redentore non era ancora fluito per lavare le iniquità del mondo; le ombre del peccato non si erano ancora dissipate. Dio non aveva ancora rivelato il suo nome; Cristo non era ancora salito al Padre e lo Spirito Santo non era ancora stato donato.
Perché l’intelligenza umana potesse comprendere qualcosa di quel Nome, perché potesse pronunziarlo, bisognava che la Terza Persona della Santa Trinità venisse a compiere la sua missione nelle anime.
È allo Spirito Santo che il Padre e il Figlio lasciano il compito di completare l’opera di Cristo illuminandola totalmente. Nel giorno di Pentecoste, lo Spirito scende sulla Chiesa riunita; questo Spirito vivificante la illumina, la riscalda, la feconda, e ben presto dal cuore infuocato e dalle labbra verginali dell’Apostolo prediletto esce la parola rivelatrice: “Dio è Carità! Dio è Amore!” (1 Gv. 4, 16).
Dio, vedendo l’uomo purificato dal grande sacrificio del Calvario, ristabilito nella Grazia, ridivenuto il figlio obbediente erede della sua gloria, non ebbe più segreti per lui. Rivelandogli il proprio nome: “l’AMORE!”, si fa conoscere nella totalità dei suoi attributi. Nello stesso tempo, gli svela i suoi misteri, il segreto delle sue divine operazioni, la ragion d’essere delle sue azioni.
Dio è l’AMORE: ecco il vero nome di Dio. Ma Dio è infinito: dunque è l’AMORE Infinito. L’Amore Infinito è la sua essenza, la sostanza del suo Essere e nello stesso tempo è il suo Nome.
Si chiama AMORE, perché è l’amore personificato, perché tutto ciò che compie è amore e perché tutto ciò che fa, lo fa per amore e nell’amore.
Tutti i misteri hanno la loro spiegazione perché Dio è l’Amore e le sue opere tutte impregnate di amore ci dicono che Egli è l’Amore stesso!”.

martedì 20 settembre 2011

40. Crisi finanziaria: schiavi del denaro


Molto si scrisse alla fine del 2007 sulla crisi immobiliare che, in quell’anno, colpì l’economia statunitense a causa dei così detti mutui “subprime”: quanto allora accadde si ritenne essenzialmente addebitabile, da un lato, all'impossibilità di far fronte ai propri impegni da parte di un'ingente numero di prenditori privati di prestiti (nella maggior parte mutui fondiari) concessi con estrema leggerezza da diverse organizzazioni di "allegri" finanzieri e, dall'altro, dalla spregiudicata ed incontrollata cartolarizzazione di detti crediti che erano stati immessi sul mercato, sia americano che del resto del mondo, (con ingenti utili personali ed aziendali) coinvolgendo una massa enorme di risparmiatori (privati o banche ed istituti finanziari) acquirenti di tali titoli.
In tale situazione, al di fuori di considerazioni di convenienza strettamente finanziaria, destò notevoli perplessità, su di un piano eminentemente morale di una pur sempre necessaria solidarietà sociale, l'intervento pubblico (americano e non) per far fronte a tale crisi, il cui enorme costo andava, in ogni caso, a carico dell'ignara collettività.
Di ben più ampia portata è la crisi che ha colpito l’economia mondiale nel 2011: mentre, infatti, la crisi statunitense del 2007 riguardò essenzialmente l’impossibilità, da parte dei privati, a far fronte ai propri impegni, assunti al di sopra delle proprie disponibilità, quella del 2011 riguarda, ora, la stessa impossibilità, riferita, però, a singoli stati (Grecia, Spagna, Italia e gli stessi Stati Uniti), con ripercussioni su tutta l’economia mondiale, per effetto dell’inevitabile globalizzazione determinata dall’interdipendenza che coinvolge tutto il sistema finanziario mondiale, escludendo, di fatto, che una crisi possa rimanere circoscritta nella determinata area geografica ove si è manifestata.
La crisi attuale è essenzialmente avvertita dai mercati finanziari: anche se detti mercati necessariamente sono condizionati dall’andamento dell’economia reale dei vari paesi, non può sottacersi, però, la considerazione che l’affermarsi, sempre di più, di nuovi e sofisticati strumenti finanziari (prodotti derivati ed innumerevoli altri mezzi che qui non è il caso di elencare), ancorché sorti inizialmente con funzione di copertura di rischi, vengono usati, spregiudicatamente, prevalentemente con fini speculativi con un deleterio effetto moltiplicatore che determina un costante e progressivo allontanamento del mercato finanziario dall’economia reale dei vari paesi, creando quasi una sorta di ricchezza virtuale: le operazioni a carattere speculativo, infatti, sono poste in essere da soggetti che perseguono l’unico fine dell’accrescimento delle proprie ricchezze, senza scrupoli o veri interessi su quanto forma oggetto delle proprie attenzioni. La ricchezza così accumulata, inevitabilmente a danno di altri operatori, non può non determinare effetti solo destabilizzanti dal punto di vista economico (con la sua sterilizzazione, in quanto fine a sé stessa), mettendo, inoltre, in evidenza l’assoluta immoralità di un simile comportamento, né più, né meno di quanto avviene con riferimento ad altri atteggiamenti illeciti, posti in essere al solo fine di indebiti accrescimenti delle proprie disponibilità, come il furto, l’appropriazione indebita, il sequestro di persona, l’uso illecito di disponibilità pubbliche, la corruzione, la camorra, la mafia, ecc. ecc.
Le motivazioni di fondo di tali indegni comportamenti vanno ricercate essenzialmente, soprattutto sul piano individuale, nella continua caduta verticale dei valori dell'essere rispetto ai valori dell'avere; io sono non per quello che realmente sono ma per quello che ho e per quello che riesco ad apparire agli altri, finendo, così, veramente schiavo del denaro che diventa l'unico fine da raggiungere ad ogni costo. Assistiamo, infatti, (a parte i casi di effettiva indigenza) ad un progressivo indebitamento delle famiglie, finalizzato al mantenimento di un tenore di vita non consentito dalle proprie disponibilità finanziarie: sul piano dell'impresa, la spinta determinata dalla ricerca ad ogni costo dell'incremento del profitto, porta su vie di lotte selvagge per l'accaparramento di fette di mercato. Ho letto, tempo addietro, un articolo di un dirigente di una società di consulenza aziendale il cui motto era: "dominare o morire". E' questa logica perversa che ci spinge ad accumulare insensatamente ricchezze, senza badare all'altro che siamo pronti a prevaricare se non addirittura ad "uccidere": a volte uccidiamo anche noi stessi, cedendo ai mezzi più indegni, pur di realizzare il "dominio" sul mondo, in contrasto con ogni principio morale.
E’, comunque, indiscutibile che attualmente ci si trovi di fronte ad una crisi di vaste proporzioni. Orbene, se è vero che, nell’ambito dei paesi industrializzati, lo stato di benessere di una popolazione o di una nazione si misura sulla base dell’andamento dell’indice di crescita del prodotto interno lordo, è fuori dubbio che quest’ultimo è strettamente condizionato all’incremento dei consumi. Questi ultimi sono stati alimentati, negli ultimi anni, prevalentemente da un indebitamento esponenziale ed insostenibile, in quanto superiore alle effettive disponibilità dei consumatori. Tutto ciò ha comportato, una sempre maggiore concentrazione di ricchezza nelle mani di pochi, a danno della collettività: non a torto in un'intervista fatta a John Kenneth Galbraith dal titolo "Economia dello sviluppo e del sottosviluppo" nel 1998, quest’ultimo affermava che l'evoluzione della società e dell'economia va verso una direzione in cui ciò che contano sono soprattutto, se non soltanto, i livelli dei consumi che i consumatori, appunto, esprimono, tanto che i cittadini non vengono quasi più considerati persone portatrici di idee e valori, ma solo "consumatori", esplicitando, in tal modo, il fatto che a livello sociale si conta solo in funzione del proprio livello di consumi.
E’ fuori discussione la considerazione (come del resto confermato da indagini effettuate di recente) che, negli ultimi anni, il divario tra ricchi e poveri (sia intesi come singole persone fisiche che come Paesi) è notevolmente aumentato: alla concentrazione della ricchezza in mano a pochi ha fatto riscontro il conseguente impoverimento delle classi medie, sempre più avviate ad incrementare la numerosa schiera dei poveri. Tutto ciò comporta, inevitabilmente, la contrazione della massa dei consumatori (sin ora sospinti da interessati stimolatori del sistema economico, attraverso l’apporto di sempre crescente liquidità) con conseguente caduta verticale dei consumi e, quindi, degli indici di produzione industriale.
Come ebbe tempo addietro ad affermare l’economista, premio Nobel, Joseph Stiglitz: “per gran parte dei Paesi del mondo, la globalizzazione - per come è stata gestita - assomiglia a un patto col diavolo. In ogni Paese, c'è qualcuno che si arricchisce; le statistiche sul Pil, per quello che valgono, presentano risultati migliori, ma il tenore di vita generale e i valori fondamentali sono messi in pericolo”.
In tale situazione, sembra di poter pervenire alla conclusione di un economista indiano (Ravi Batra) secondo cui “quando la ricchezza raggiunge valori di estrema concentrazione il ciclo economico giunge al termine dando inizio ad una crisi che può trasformarsi in recessione”: la crescente povertà conduce, infatti, da un lato, ad una sempre maggiore contrazione dei consumi e, dall’altro, ad una vera e propria sterilizzazione della ricchezza detenuta da pochi, non più in grado di ulteriore accrescimento, venendo meno la fonte primaria di alimentazione.
Il male più grave del nostro tempo consiste, quindi, nella dilagante povertà, accompagnata da una diseguaglianza, sempre più davvero insostenibile che, inevitabilmente, si ritorce sulla stessa ricchezza dei pochi.
Il rimedio più efficace per contrastare siffatta insostenibile diseguaglianza appare, allora - escludendo il ricorso a nuovi strumenti finanziari per sollecitare artificiosamente i consumi, senza un necessario sostegno economico - quello di una migliore e più equa distribuzione o redistribuzione della ricchezza, suggerito da grandi economisti come Samuelson, Solow, Krugman, Galbraith, Reich ed il già citato Stiglitz, da realizzarsi con necessari e coraggiosi interventi su quei patrimoni che, con le loro abnormi dimensioni, costituiscono un vero e proprio scandalo, oppure, almeno, quello di attingere da tali patrimoni le necessarie risorse per fronteggiare l’attuale crisi. La concentrazione della ricchezza, quando raggiunge tali livelli, è da considerarsi, infatti, sempre “iniqua”, sia che conseguita con mezzi così detti leciti che con mezzi illeciti, in quanto pur sempre realizzata a spese della collettività.
Analogo discorso vale anche per le profonde sperequazioni esistenti tra Paesi ricchi e Paesi poveri: per quanto concerne il bisogno di sostegno dell’economia di Paesi che si trovano in situazioni di evidenti difficoltà finanziarie non va comunque dimenticata la sostanziale differenza – come del resto accade per le situazioni di difficoltà delle singole famiglie – tra Paesi realmente poveri e Paesi le cui economie versano in condizioni di disagio determinate da dissennate politiche di insostenibile indebitamento ovvero, ancora peggio, da eccessivi ed ingiustificati sperperi, sicché la ritrosia ad intervenire in aiuto di quest’ultimi può, a volte, apparire comprensibile.
Se le cose stanno in questi termini, è davvero sorprendente constatare come la ricetta sopra proposta per fronteggiare, se non risolvere del tutto, l’attuale grave situazione finanziaria, suggerita sulla base di validi principi di mera politica economica, corrisponda perfettamente, quanto meno per gli effetti da conseguire, al comportamento indicato dai principi evangelici di fratellanza e solidarietà.
Allora, anche se ciò può sembrare estremamente provocatorio, non è forse meglio inneggiare alla povertà? Povertà da non identificarsi con l'effettivo distacco da ogni bene, bensì identificata (seguendo un concetto suggerito dalla morale cristiana) nella castità del rapporto con le cose, anche se estremamente difficile appare il suo raggiungimento. D'altra parte è lo stesso concetto di proprietà privata, civilisticamente inteso, che viene ridisegnato in termini sconvolgenti dalla morale cristiana: ciò che è "mio" in effetti mi è stato dato in semplice custodia e gestione. Ciò comporta che ogni uso abnorme di quello che ho, diventa lesivo del precetto "non rubare": il pane che avanza dalla mia tavola per essere buttato via è, infatti, sottratto al povero che muore di fame: fame che costituisce uno dei più grandi scandali del nostro tempo. Se ciascuno diventa trasgressore del settimo comandamento per ogni smodato abuso nella spendita di ciò che è proprio, molto di più, poi, dovrebbero sentirsi trasgressori di tale comandamento quanti nella gestione di disponibilità non proprie - soprattutto se pubbliche - non si adeguano a criteri di doverosa moderazione, anche se i comportamenti posti in essere risultano formalmente conformi al diritto positivo.
La mancanza di un'appropriata cultura cristiana sul rapporto con il denaro porta, a volte, da un lato, a seguire vie illecite pur di procurarsene sempre di più, dall'altro, sempre per la stessa finalità, ad accettare condizioni troppo onerose imposte da soggetti senza scrupoli. E' necessario, pertanto, ripristinare una corretta scala dei valori che, privilegiando il valore dell'essere su quello dell'avere, tenga in debito conto il rispetto della dignità umana che esige la pratica della virtù della temperanza (moderazione), giustizia (rispetto dei diritti altrui) e solidarietà (aiuto ai fratelli bisognosi).